20.10.08

Notte

Che poi è sera. Siamo a letto a luci spente e suona la porta. Ci spaventiamo, apriamo ed è la badante di sotto, ucraina, Oresta (e mi dico quanto il nome sia foriero di destini). Mi dice che sua figlia è arrivata in Italia e che stanotte dorme con lei.

Io mi sento male, da madre, da quella che sono, a pensare alla fragilità di una ragazza appesa ad un filo e di getto le dico che se vuole può dormire sul mio divano. Lei mi guarda e mi stringe forte il braccio e piange e dice: no, signora, no.
Io non ho recinti. Non li ho avuti in passato per gli spasimanti e non li ho oggi. Non so vivere. Non so stare tranquilla pensando alla notte sulla strada. Non so non commuovermi, non so non stare male. Poi penso a plainsex, che dice dormo in una città nel sacco a pelo e so che io non sarei capace, con questa paura alla radice, di agguati e di invasioni di giardino.
E ho paura. Per la figlia di Oresta, per me. Ma soprattutto per i miei figli, ai quali non so dare quella tranquillità nell'affrontare la vita con le sue difficoltà. Tutto mi emoziona troppo.
Ma un troppo che è troppo. Non è giusto.
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